la bocca della verita Sito di studi politici di Massimo Portolani
(Dottore in Scienze Internazionali e Diplomatiche)
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La (in)cosciente distruzione della piccola impresa

1.0 Lo scenario
Secondo la teoria economica, che tutti professano seguire nell'inventare nuove tasse o nel proporci politiche per il bene comune, l'optimum è un mercato ove tanti individui consumatori si confrontano con tanti individui produttori. In questa atomizzazione si assiste alla mancanza di un potere particolare di una parte o dell'altra dovuta e, in teoria, si realizzano quasi sempre le scelte più efficienti, guidate dalla fantomatica mano invisibile di smithiana memoria.(1)
A partire da una teoria di questo genere sembra non ci siano dubbi, la piccola impresa è senz'altro più efficiente della grande impresa poichè una miriade di fornitori sono meglio di un oligopolio di pochi e grossi. Mi si obietterà che in certi settori i costi fissi, ovvero gli investimenti iniziali, sono tali da essere sostenibili solo da grosse aziende, in modo da giustificare una sorta di monopolio, in questo caso addirittura chiamato 'naturale'. E' però vero che questo viene considerato un second-best, accettabile proprio perchè non se ne può fare a meno. Ma oggi quali sono questi settori? Di quali investimenti in infrastrutture hanno bisogno le grandi case di software? o i produttori di scarpe? o le banche e le compagnie di assicurazione ? o qualsiasi altra impresa la cui fusione con un'altra viene salutata con favore anche dai politici di sinistra ?
In realtà ogni acquisizione o fusione dovrebbe essere celebrata con cordoglio, perchè in genere muore un'impresa con la sua storia e le sue persone, perché probabilmente chi ha avuto la meglio è chi è riuscito meglio a sfruttare dipendenti, consumatori e fornitori e infine perché il consumatore ha un'opzione in meno da scegliere.

Penso che ogni persona di buon senso non possa che essere d'accordo. Ma perché allora devo continuare a sentire in televisione, a leggere sui giornali ad ascoltare alle conferenze che le imprese devono crescere per affrontare la sfida internazionale?
Se questo fosse un'affermazione del tipo: siamo in guerra e dobbiamo tralasciare ciò che è giusto e scegliere anche noi di fare il male, poiché gli altri lo fanno, potrei capire. Ma invece no, ci si vuol convincere che questo è meglio per tutti. Che è bello avere poche imprese a livello mondiale che ci servono nel migliore dei modi, e che è bello non avere scelta perchè questa è la miglior scelta.

Quando queste cose le sento dire ad una riunione di gente che non ha mai lavorato e che si professa esperta di qualcosa mi viene da ridere, salvo che poi le opinioni di chi non ha mai lavorato vengono prese sul serio da chi rappresenta chi lavora, e infatti questo pare essere diventato verbo quotidiano a livello di associazione industriali e non solo. Purtroppo ultimamente ho dovuto sentirle anche da uno dei principali esponenti di un partito che si professa di sinistra, e questo mi ha lasciato francamente perplesso.

1.1 la strategia
Fedeli all'ideologia che grande è bello, chi ha potere politico fa di tutto per agevolare ciò che è grande. Poichè di grande in Italia non c'è rimasto un granché, visto che negli ultimi 20 anni è stato tutto smantellato, si pensa bene ad uccidere quanto c'è di piccolo, magari pensando che poichè bisogna distruggere per ricostruire, da noi occorra distruggere la piccola impresa perchè possa nascere la grande.
Non che la colpa sia solo del legislatore italiano, però quest'ultimo, o perché ha cose presumibilmente più importanti da fare (ad esempio il fondamentale digitale terrestre o la fondamentale riduzione delle tasse, se volessimo parlare dell'ultimo governo, ma anche i precedenti hanno parimenti avuto cose 'più importanti' da fare) o perché non ha le competenze per giudicare, si trova sempre recepire in modo aggravato e non alleviato tutte le normative europee che anno dopo anno spingono le piccole aziende nella fossa.
Esempi ne sono la famosa 626, che tutto sommato è il minore dei mali, la direttiva macchine, la direttiva dispositivi medici, la direttiva ROHS/WEEE, che difficilmente farà breccia fra le molto più importanti notizie che riempiono i nostri sempre più interessanti telegiornali, ma che di fatto sancirà la morte di varie piccole imprese nel settore dell'elettronica.
Di cosa si tratta? da sempre per stagnare le schede si usa una lega di stagno-piombo. Ultimamente la comunità europea ha deciso che il piombo non va bene e ci vuole un'altra lega (che comunque non è cioccolata). Il problema non sono solo i macchinari da gettare per comprarne nuovi, e di questi tempi questo sarebbe già un problema. Siccome tutti i componenti elettronici hanno i 'piedini' ricoperti di questa lega, dal primo luglio 2006 non si possono più usare. Il sottoscritto amministra un'azienda elettronica che presumibilmente si troverà con oltre 100.000 Euro da gettare per un motivo teoricamente ecologico, ma in pratica insensato. E' evidente che un conto è far si che le grandi imprese che producono migliaia di pezzi debbano seguire queste regole e un conto è volerle applicare anche a livelli risibili come quelli delle imprese che producono 100 pezzi all'anno. In ogni caso nessuno vuole opporsi ai cambiamenti giusti, al miglioramento per il consumatore, ma occorre farlo con grano salis, non si può voler gettare il bambino con l'acqua del bagno. Non si può voler cambiare in 3 anni quello che è andato avanti per quasi un secolo, ci vuole tempo perchè le cose si aggiustino e la gente non resti senza lavoro.
Purtroppo il governo italiano in questi casi in genere firma e non mette al lavoro commissioni competenti che possano valutare l'impatto e prevedere deroghe o periodi più o meno lunghi per i cambiamenti.
Ricordo una riunione presso l'IMQ relativa alla bestia nera di allora, la direttiva sui dispositivi medici, che fissava standard analoghi per la grossa impresa che produce un defibrillatore o per l'artigiano che produce l'aerosol. Un signore, rappresentante di quest'ultima categoria, dopo aver sentito tutto ciò che avrebbe dovuto fare e i costi in cui sarebbe dovuto incorrere disse: "ma qui si vuol distruggere la piccola impresa", la risposta, impeccabile, fu "si vuol distruggere chi non è in grado di adeguarsi, selezionare, le imprese che ce la faranno cresceranno, la fuffa (il termine usato fu proprio quello) chiuderà". Una sorta di darwinismo aziendale. Però ci si dimentica che quella teoria non prevede che una specie a noi cara sopravviva per forza.

1.2 con un piccolo aiuto dai nostri
A questa situazione, di per se tragica, che è giýà garanzia di successo nell'eliminare la piccola azienda, va aggiunta la politica dei nostri governanti che a volte ha del grottesco.
E qui veniamo alla mia bestia preferita: l'IRAP. Già nel nome nasconde una verità: Imposta Regionale sulle Attività Produttive. Di fatto quest'imposta viene raccolta dallo stato centrale e quindi regionale mica tanto, probabilmente in tempi di 'federal-moda' era un modo per indorare la pillola. Mi si obietterà che i proventi vanno almeno in parte alle regioni, ma visto che il sistema prevedeva anche prima che lo Stato sovvenzionasse le regioni, non è che le cose siano cambiate più di tanto.
Il bello sta nel fatto che l'abbiano chiamata TASSA SULLE ATTIVITA' PRODUTTIVE. Uno stato etico tasserebbbe le attività 'parassite', le 'rendite' finanziarie, le attività inquinanti, il gioco, i liquori, o qualsiasi cosa ma le attivitàý produttive? perché? se si tassano le attività produttive più delle altre chi manda avanti il paese?
Giustamente avvocati e notai non vogliono pagarla adducendo il fatto che loro non sono attività produttive, e hanno ragione! chi lo ha mai pensato?
A parte queste disquisizioni semantiche in cui si intravede il lapsus freudiano del legislatore, il nocciolo della legge è ipocrisia pura. Ricordo il Professor Prodi in TV da Vespa a dire, più o meno, "penso che sia giusto fare una tassa che spinga le aziende a indebitarsi di meno, ad usare i loro soldi..!!". Ma infatti ci sono migliaia di piccole aziende che si fanno prestare i soldi e fanno mutui per puro diletto e con una legge così smetteranno finalmente!
Peccato che molte aziende si siano dovute indebitare di più per pagarla.
Cosa c'entra l'IRAP con questo? E' presto detto, dal conteggio dell'IRAP non sono deducibili gli stipendi dei dipendenti e gli interessi che si pagano alle banche. Non è uno scherzo, anche se quando lo dico a miei amici imprenditori esteri credono seriamente che li stia prendendo in giro.
Se un'impresa fattura un milione di Euro e ha 10 dipendenti e magari paga 30.000 Euro di interessi all'anno, si trova facilmente a dover pagare 20/25.000 Euro di IRAP anche se perde soldi, poichè il costo di dipendenti e interessi non è deducibile.
Se la stessa impresa fa quello a cui la spingono, cioè licenzia tutti, fa produrre le stesse cose in Cina, con i soldi risparmiati rientra nei conti e quindi fattura lo stesso milione di Euro, praticamente non paga IRAP.
Questa tassa iniqua l'ha inventata il centro-sinistra. Silvio Berlusconi, sempre da Vespa, disse: "se mi eleggono questa tassa-rapina farà una brutta fine". Pochi mesi dopo la sua elezione, ad un'assemblea degli industriali il viceministro dell'economia Baldassarri disse: "sappiamo che è una tassa ingiusta, ma quei soldi ci servono".
Stessa obiezione mi è stata fatta ultimamente in un'analoga discussione: "ma dove li prenderebbe lei quei soldi?"
Già sarebbe più logico aumentare l'IVA, per spalmare il costo su tutti, ma non si vuole perchè l'IRAP è un cancro mortale si, ma è nascosto. I dipendenti non si rendono conto della sua azione perversa. Di un aumento dell'IVA si renderebbero conto subito e punirebbero il governo che lo facesse. Perlomeno questo è ciò che pensano probabilmente i nostri politici. La differenza è che l'aumento del'IVA farebbe aumentare i prezzi ma non avrebbe gli stessi effetti perversi, nascosti e letali, che ha l'IRAP. In ogni caso, anche senza aumentare l'IVA, io un'idea ce l'avrei, a cominciare da una tassazione delle rendite di ogni tipo, all'eliminazione dei privilegi che ancora sono diffusi. Si potrebbero tassare i patrimoni. Si potrebbero tassare le speculazioni immobiliari, pur riducendo il carico sulla prima casa.
E qui veniamo al colpo di grazia.
1.3 Le banche e la piccola impresa
Il settore immobiliare spiazza il mercato del denaro per le imprese, visto che le banche, in modo abbastanza miope, prestano più volentieri denaro per progetti immobiliari poiché possono garantirsi con un'ipoteca.
Purtroppo questo settore dà poco lavoro e non si tratta di impiego duraturo ( una volta che la casa è fatta, le manutenzioni, gli elettricisti e gli idraulici sono in nero per legge, visto che non se ne possono detrarre le spese) e una volta che le case sono costruite occorre che qualcuno abbia un lavoro per poterle acquistare, pagare la rata del mutuo o un affitto. Però la banca considera il finanziamento dell'acquisto di una macchina industriale come più rischioso che il finanziamento dell'acquisto di una casa e questo contribuisce a far aumentare il tasso di interesse. La differenza è che con la macchina si fanno lavorare persone che pagano l'affitto, che difficilmente potrebbbero pagarlo restando a casa, disoccupate, a guardare il soffitto.
E qui, dulcis in fundo, abbiamo la ciliegina di Basilea 2. Si tratta di un accordo interbancario internazionale, che entrerà in vigore a inizio 2006, in base al quale le banche non potranno più affidarsi alla discrezionalità del funzionario di turno (non che questo fosse sempre un bene) ma dovranno dare denaro preferibilmente -o perlomeno a più buon mercato- a chi ha già un bilancio in attivo. Si tratta della nuova versione della Parabola dei Talenti, che recitava: "a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha". Questo è un male in generale, ma in Italia in particolare il cocktail IRAP + BASILEA 2 si rivelerè particolarmente mortale per le piccole imprese, già stremate dall'aver tentato di adattarsi alle direttive Europee.
Perchè? L'IRAP è un imposta indeducibile. I sostenitori dell'IRAP (incredibile ma ce ne sono!) vi diranno che ha sostituito varie tasse e i contributi sanitari per il personale dipendente. Verissimo, ma gran parte di quei costi erano deducibili e quindi alla fine un'impresa poteva avere un bilancio decente anche dopo averli pagati. Con l'IRAP per avere un bilancio in attivo occorre guadagnare parecchio. Se un'azienda con 10 dipendenti ha un utile pre-imposta di 30.000 Euro, pagherà verosimilmente 20.000 Euro di IRAP ma poichè l'IRAP è indeducibile significa che si pagheranno le tasse anche su quell'importo e infine questa impresa, pur avendo pagato oltre 30.000 Euro fra tasse e IRAP si troverà con un bilancio in perdita. Le banche sanno che è così, però con un bilancio in perdita sarà difficile per loro soddisfare i criteri di Basilea 2 e prestare i soldi all'azienda, o perlomeno farlo a buon mercato.

Conclusione
Non vorrei fare la parte di chi si lamenta troppo, ma mi sembra follia che in un paese la cui ricchezza riconosciuta è sempre stata la piccola azienda si arrivi a teorizzarne e metterne in atto la distruzione, nell'auspicio costantemente ripetuto a destra e a sinistra che nascano grandi imprese in grado di competere sul mercato globale.
Per far nascere grandi imprese ci vuole un grande Stato. Ovunque le grandi imprese sono sorte in questo modo, anche se poi rinnegano la loro levatrice. In Italia avevamo un sistema industriale di grandi imprese costruito in seguito ad una guerra ed a una dittatura. Due cose sicuramente non auspicabili ai nostri giorni.
Questo sistema è stato distrutto scientemente, non voglio qui discutere se si sia trattato di un bene o di un male.
Di sicuro non saranno le ceneri delle piccole imprese a ricostruirlo e non saranno gli operai delle imprese che delocalizzano a pagare le pensioni e le altre spese degli italiani.

Massimo Portolani (26 giugno 2005)

(1) In realtà il povero Adam Smith non ha mai detto questo e si tratta di una manipolazione bella e buona del suo pensiero, su questo mi riservo di scrivere se avrò tempo, ma del resto è irrilevante poichè gli addetti ai lavori sanno già che è così (ma spesso fanno finta che lo sia) e ai non addetti ai lavori non è che importi un granché.